Voci
di Puglia
Da una parte il Gargano, con le sue influenze abruzzesi, da un'altra
le colline della Murgia, da un'altra ancora il Tavoliere e il Salento,
il dialetto pugliese presenta una serie infinita di sfaccettature legate
a civiltà di un passato più o meno recente. Più
conservative le zone interne, più esposte alle innovazioni linguistiche
quelle della costa, non si può parlare però di differenze
notevoli anche perché il sempre maggiore uso della lingua italiana
ha un po' livellato e contaminato i singoli idiomi. I dialetti dell'area
barese restano riconoscibili ad orecchie "straniere" per la
presenza della "a" palatale, ossia tendente alla "e"
("pen" per pane). Simili ad altre pronunce meridionali la
"p" diventa "b" ("tembo" per tempo) la
"t" prende il suono della "d" ("tando"
per tanto), la "z" quello della "s" ("penzare"
per pensare). La "s" intervocalica tende a "sc",
scompare quasi del tutto la "a" finale mentre "nd"
e "ll" diventano "nn" e "dd" ("quann"
per quando, "stadd" per stalla, "cavadd" per cavallo).
Tra i centri dell'area Murgica e pre-Murgica della provincia di Bari
e di Brindisi, le differenze appaiono più evidenti data la tendenza
di questi ultimi ad iniziare le parole per consonanti ed a recuperare
il suono della "a" finale, unitamente alle altre vocali (se
nel dialetto alberobellese niente si pronuncia "nud", in quello
fasanese si pronuncia "n(a)d"). Diffuso è, poi, il
ricorso alle perifrasi per gli avverbi ("bellu bellu" per
piano) ed alla doppia consonante iniziale ("ggadd" per gallo).
Provate ad ascoltare le piccole ma evidenti differenze di pronuncia
tra i dialetti dell'area dei trulli e quelli della costa adriatica,
immediatamente costaterete la gradevolezza di idiomi non unitari, fortemente
intrisi di influenze del passato (anche straniere, franco-albanesi in
primis), ricchi di vezzeggiativi ("u'pccin" per bambino) ma
soprattutto dai termini non facilmente interpretabili ad orecchio (esemp.
"mejre" per vino). Non è necessario essere esperti
glottologi per riscoprire nell'area garganica influenze esterne che
conferiscono ai dialetti della zona un'identità sempre in bilico
tra Puglia e regioni limitrofe (in particolar modo Abruzzo). Conservano
le vocali finali le parole del vernacolo foggiano, tendendo a sottolineare
le doppie ed a pronunciare la "e" in luogo della "a".
La fonetica di Puglia trova nel Salento talmente tante influenze linguistiche
da far pensare ad una poligenesi che riecheggia la dominazione magno
- greca, l'impero bizantino, il franco - provenzale, l'albanese. Così
come per l'Appennino Dauno (Celle San Vito) anche l'area brindisino
- leccese presenta colonie fonematiche come l'albanese San Marzano e
le greche (o "griche" come preferiscono qualificarle gli studiosi)
Calimera, Martano e Zollino. Influenze greche si riscontrano nel dialetto
tarantino così come calabro - lucane. Nel capoluogo ionico torna
a perdersi la vocale finale, la "a" non è più
la palatale "e" dell'area barese, gli articoli sono "u"
per il singolare maschile ed "a" per quello femminile. Diventa
pressoché impenetrabile, però, l'idioma tarantino quando
lo si esprime in maniera "stretta": le vocali tra le lettere
si perdono e le parole si accorciano in un insieme di monosillabi -
bisillabi ("c(a)n" per cane, "ppat(a)n" per patata).
Ancora una volta, dunque, ricca di spunti interessanti si presenta la
cultura pugliese, sempre pronta a rivelarsi in ogni piccolo particolare.